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Si chiama riscaldamento, ma può contribuire a cambiare il volto dell’inverno. Lo stratwarming è uno dei fenomeni più citati quando si parla di vortice polare, freddo e neve. Il collegamento esiste, ma richiede diversi passaggi: un forte aumento della temperatura in alta atmosfera non permette, da solo, di annunciare una nevicata sulle nostre città. Per capire cosa osservano i meteorologi occorre separare tre domande: che cosa accade nella stratosfera, se il disturbo riesce a influenzare gli strati inferiori e quale circolazione si organizza infine sull’Europa. Sono problemi collegati, con tempi e incertezze differenti. Il termine indica un riscaldamento stratosferico improvviso, in inglese Sudden Stratospheric Warming, abbreviato SSW. Interessa l’atmosfera polare molto al di sopra delle nubi che accompagnano normalmente pioggia e neve. L’aumento termico può essere rapido e molto marcato: non è però un rialzo della temperatura che sentiamo camminando per strada. Durante la stagione fredda, attorno all’Artico si sviluppa una vasta circolazione di venti occidentali nella stratosfera: il vortice polare stratosferico. Va distinto dalla corrente a getto della troposfera, lo strato inferiore nel quale si svolge gran parte del tempo quotidiano. Confondere questi livelli porta a immaginare un unico vortice che si sposta direttamente sopra l’Italia. Il disturbo può cominciare più in basso. Grandi ondulazioni della circolazione, chiamate onde planetarie, in condizioni favorevoli si propagano dalla troposfera verso la stratosfera. Quando interagiscono intensamente con il flusso polare, possono frenare i venti occidentali e deformare il vortice. La risposta della circolazione comprende una discesa dell’aria nella regione polare stratosferica: comprimendosi, quest’aria si riscalda. Il meccanismo non va letto come una massa d’aria rovente che arriva dal suolo o come una cascata di gelo pronta a cadere sulle città. Temperatura e vento cambiano insieme, all’interno di una perturbazione dell’intera circolazione. Nell’emisfero nord è un fenomeno della stagione fredda. Il compendio NOAA degli eventi maggiori considera il periodo novembre–marzo; nella sua tabella storica ricorrono soprattutto gennaio e febbraio. Non c’è un appuntamento annuale: alcune stagioni non presentano eventi maggiori, altre possono averne più di uno. La tabella NOAA aggiornata al 2023 indica, secondo le diverse ricostruzioni atmosferiche, circa sei eventi per decennio. È una frequenza storica, non una scadenza: non significa che un evento debba presentarsi dopo un numero fisso di inverni. Per classificare un SSW maggiore si usa comunemente l’inversione del vento medio zonale a 60 gradi nord e al livello di 10 hPa, all’incirca 30 chilometri di quota: da occidentale diventa orientale. Una semplice frenata o una zona più calda in una carta non bastano, da sole, a dimostrare che questo criterio sia stato raggiunto. Il vortice può allontanarsi dal polo, deformarsi molto oppure separarsi in più lobi. Nel primo caso si parla di displacement, nel secondo di split quando avviene una divisione. La forma e la classificazione dinamica descrivono aspetti diversi: per riconoscere un evento maggiore bisogna comunque controllare il vento, non soltanto l’aspetto della mappa. Un esempio documentato dalla NASA riguarda gennaio 2024: una prima perturbazione spostò il vortice verso l’Atlantico settentrionale; una successiva ne modificò ulteriormente la struttura, con una divisione a determinati livelli. È un caso storico utile a comprendere il meccanismo, non un’indicazione sul novembre 2026. Se l’anomalia riesce a influenzare la troposfera, può modificare il comportamento della corrente a getto e favorire configurazioni più persistenti. Gli effetti possono comparire nelle settimane successive, con differenze importanti fra le regioni: alcune aree diventano più fredde, altre più miti o più perturbate. Non tutti gli eventi producono un effetto evidente al suolo. La risposta dipende anche dalla circolazione già presente e da altri fattori atmosferici. Inoltre, irruzioni fredde possono verificarsi senza uno stratwarming: il fenomeno non è un requisito necessario per ogni episodio invernale. Per il nostro territorio serve ancora capire dove si collocheranno alte e basse pressioni, da quale direzione arriveranno le correnti e se saranno presenti precipitazioni insieme ad aria sufficientemente fredda. Il solo segnale stratosferico non stabilisce questa combinazione e non fornisce una quota neve locale. Lo stratwarming è dunque un elemento da seguire per valutare l’evoluzione su vasta scala. Per trasformarlo in una previsione su Bari, sul Gargano o sulle Murge occorrono riscontri nei livelli inferiori dell’atmosfera e aggiornamenti successivi dei modelli. Questa guida spiega il fenomeno: non annuncia un nuovo evento in corso né una data per l’arrivo del gelo.Che cos’è lo stratwarming e dove avviene
Come nasce: il ruolo delle onde atmosferiche
Quando accade e come si riconosce un evento maggiore
Vortice spostato o diviso: displacement e split
Quali conseguenze può avere sul tempo
Cosa significa per Puglia e Adriatico